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Associazione SEMI

Della resilienza, ovvero abbracciare la sordità

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[Elona Marku, poetessa sorda impegnata a segnare una poesia in Lis, Lingua Italiana dei Segni]

Che l’utilizzo della LIS da parte di persone sorde – e udenti – generi cultura, identità e senso di appartenenza, è cosa fin troppo nota e ormai accettata da chiunque si occupi dell’argomento.
Quello che mi interessa affrontare in questo articolo è il rapporto tra la LIS – intesa come lingua e cultura –, l’arte e la condizione di deficit auditivo, che non può essere negata come portatrice di difficoltà per chi ne è colpito.
Ciò che intendo dimostrare è come la condizione di sordità, se affrontata in un certo modo – che potrei definire artistico o più in generale “culturale” –, non solo permette di trasformare una condizione di sofferenza in un’occasione di conoscenza – in una parola potremmo dire nell’operare la “resilienza”, che non nega la sofferenza ma la accetta e la rielabora –, ma diventa anche momento di integrazione.
Vorrei tentativamente mostrare come il caso della cultura sorda sia o potrebbe diventare un modello di riferimento in cui la “diversità” ha assunto valore positivo, creando un’interazione che mira a diventare paritaria con la cultura dominante. In questo senso mi pare che andrebbe rivalutata proprio come paradigma di integrazione anche per altri casi di dialogo tra culture e condizioni diverse.

Che cos’è la resilienza

In psicologia, la resilienza è la capacità di reagire a un evento traumatico in maniera positiva, riorganizzando la propria vita in modo da non perdere la propria umanità ma anzi crescendo nel processo di arricchimento cognitivo, affettivo e sociale.
Il concetto può essere applicato non solo a un singolo individuo, ma anche a un’intera comunità, e in questo caso come resilienza si intendono le modalità positive di reazione a gravi catastrofi sia di tipo naturale che per mano dell’uomo: guerre, attentati terroristici, ecc. (Vale e Campanella 2005, pp. XIV e 376).
La prima volta che ho sentito parlare di resilienza applicata all’arte è stato quando ho potuto incontrare Loretta Secchi, direttrice del Museo Anteros posto all’interno dell’Istituto dei Ciechi Francesco Cavazza di Via Castiglione 71, a Bologna.
Ecco come il sito stesso presenta il progetto del Museo:
“Il Museo Tattile Anteros espone una collezione di traduzioni tridimensionali in bassorilievo di celebri dipinti compresi tra Medioevo ed Età moderna, con particolare attenzione alla pittura rinascimentale. Il servizio didattico, gratuito e aperto all’intera cittadinanza, mira all’integrazione scolastica e sociale delle persone con minorazione visiva, e si avvale dei fondamenti della psicologia della percezione ottica e tattile sposati alla tiflologia, alla teoria dell’arte e alla pedagogia speciale. Obiettivo del museo è educare all’uso integrato dei sensi residui, in presenza di deficit visivo, per un rafforzamento delle facoltà percettive, cognitive e intellettuali delle persone disabili della vista, ma anche educare la sensibilità delle persone normovedenti.”
Ho avuto la fortuna di parlare privatamente con Loretta Secchi e di frequentare alcuni seminari da lei tenuti, nonché di prendere parte a una visita guidata del museo tattile. A partire da quel momento, mi è subito stato chiaro come l’approccio all’arte come educazione estetica e pedagogica (Secchi 2004) fosse estremamente prolifico e rispondesse molto chiaramente alla mia idea di arte “utile”, non solo ai sensi della bellezza, ma anche come occasione di crescita personale e di integrazione.
La visita guidata al museo consiste nell’essere messi di fronte a una scultura in bassorilievo prospettico che riproduce un famoso quadro (per es. La Gioconda di Leonardo) e lentamente lasciar scorrere le proprie mani lungo tutto il quadro mentre una persona del museo spiega e guida nel capire cosa si sta toccando, a volte dicendo esplicitamente cosa si ha sotto le mani, a volte suggerendo sensazioni, o lasciando che le mani vaghino liberamente per prendere contatto con il materiale e la scultura, lasciando esplorare. Naturalmente le persone vedenti devono vivere l’esperienza a occhi chiusi affinchè abbia senso. Immagino che questa stessa esperienza vissuta da un cieco o da un vedente sia molto diversa – se non altro perché un vedente ha già visto il dipinto originale da cui è tratto il bassorilievo –, ma probabilmente trova un punto d’incontro nell’acquisizione di una consapevolezza nuova dei propri sensi e nel rivalutare le proprie categorie sensoriali.
Per quanto mi riguarda, è stata un’esperienza molto forte, anche emotivamente. Prima di tutto, chiudere gli occhi mette in una condizione di incertezza che esige immediatamente una reazione, che sia di diffidenza o di abbandono. Dopodiché, obbliga a ritmi molto più lenti: le mani procedono lentamente, dal basso verso l’alto o dal fuori al dentro, nel cercare di “intuire” cosa si sta toccando. Infine, ci si rende conto di come con questa modalità si “vedono” (con gli occhi della mente naturalmente) cose che prima erano completamente sfuggite. Si è allora forzati a riconsiderare le categorie di deficit – perlomeno a me questo è successo – in cui si è colpiti dalla quantità di informazioni – anche visive – che si perdono quando i 5 sensi sono tutti integri. Procedere lentamente obbliga a un ritmo diverso, ad ascoltare il proprio corpo in un modo differente, a notare tanti piccoli particolari che di solito sfuggono, a percepire forme della realtà circostante che normalmente il cervello registra fuggevolmente: in sostanza ci si rende conto di come anche i cosiddetti “normodotati” siano portatori di deficit dovuti a una superficialità di cognizione e di come la normalità sia un concetto assolutamente relativo. Già quest’esperienza di per sé porta una persona vedente a sentirsi più vicina e in empatia con chi vive quotidianamente il deficit visivo, non solo perché per qualche ora è entrato nel suo mondo, ma perché ha scoperto che quel mondo non è solo buio e disperazione ma può insegnare qualcosa. Non si tratta di negare la terribile condizione di chi vive la cecità, ma di lottare per mettere in pratica quell’arte di resilienza – e quindi di integrazione – di cui il museo Anteros si è fatto mirabile esempio.
Infine, a livello puramente artistico, ho potuto provare emozioni inaspettate. Di fronte alla riproduzione in bassorilievo del celebre dipinto La grande onda di Hokusai, mentre scorrevo le dita tra un’onda e l’altra, a un certo punto mi sono sentita proprio come se fossi dentro l’onda, dentro la tempesta, immedesimandomi nei personaggi dipinti – o scolpiti – nell’opera, che non sanno se l’onda li travolgerà o se ne usciranno salvi: ho avuto fisicamente paura. Invece, guardando il dipinto queste sensazioni non erano mai arrivate così forti.

Katsushika_Hokusai_-_The_Great_Wave_off_the_Coast_of_Kanagawa

Phil Hansen: embrace the shake

Un altro esempio che mi ha molto colpito di come, di fronte a una difficoltà, si possa reagire con disperazione o al contrario con resilienza è la storia di Phil Hansen. Quest’artista era ossessionato dal puntinismo, così ossessionato che a forza di dipingere minuscoli punti ha sviluppato una malattia neuronale per cui le sue mani tremano e non riesce più a dipingere nemmeno una linea dritta. Dopo 3 anni in cui aveva completamente abbandonato l’idea di fare arte, ha cambiato prospettiva, iniziando a creare in maniera differente. Con le sue stesse parole:

“Scoprii che lavorando su scala più grande e con materiali più grandi, le mani non mi facevano male e dopo essere passato da un approccio unico all’arte, ho finito con un approccio alla creatività che cambiò completamente i miei orizzonti artistici. Era la prima volta che mi imbattevo nell’idea che accettare una limitazione potesse portare alla creatività.”

Guardando il video si può vedere come Phil Hansen abbia in seguito creato opere d’arte bellissime, che non hanno nulla da invidiare a quelle che avrebbe potuto fare senza le limitazioni a cui era stato costretto: “Per me diventò veramente un momento di chiarimento che dobbiamo prima avere delle limitazioni per poterle superare.” In una parola, aveva abbracciato il tremore invece di negarlo.
Phil si vide anche costretto ad affidarsi ad altre persone per creare arte, creando quindi legami e connessioni umane e, alla fine del suo discorso, l’artista sostiene di aver imparato qualcosa non solo sull’arte ma sulla vita: la capacita di “avere talento per la vita”.

“Imparare a essere creativi entro i confini delle nostre limitazioni è la migliore speranza che abbiamo di trasformare noi stessi e collettivamente trasformare il mondo. Vedere le limitazioni come fonte di creatività ha cambiato il corso della mia vita.”

La sua esperienza del dolore e dell’handicap l’ha quindi portato a imparare qualcosa sulla vita in generale, a una comprensione profonda delle cose, a non scindere il corpo dalla mente come si è spesso abituati a fare quando diamo il nostro corpo “per scontato”, ma lavorarci quotidianamente mantenendo un costante rapporto corpo/mente, spesso carente in chi non presenta particolari problemi o deficit. Per quanto possa sembrare retorico, la sua storia ha molto da insegnare a tutti.

La differenza tra il museo Anteros e l’arte di Phil Hansen è che il museo è stato pensato da persone vedenti per persone cieche, mentre Phil Hansen ha creato lui stesso la sua arte, partendo dalla condizione di disabilità.
Mi sono quindi chiesta, applicando questa distinzione al caso dei sordi, se ci fossero delle differenze tra l’arte creata per i sordi e l’arte nata in seno alla comunità italiana dei sordi come prodotto della cultura sorda e declinata in LIS.

Produzione artistica in LIS e stili espressivi

Mi sono immediatamente resa conto che la produzione artistica in LIS è vastissima e mi è sembrato di poterla suddividere in tre categorie:

  1. L’arte realizzata da udenti per udenti o comunque fruibile soprattutto da udenti, ma pensata in LIS – bellissimo caso di avvicinamento e curiosità da parte degli udenti alla cultura sorda, anche se probabilmente poco interessante per i sordi.
  2. L’arte realizzata da udenti per sordi o come collaborazione reciproca – ho trovato pochissimi casi, di cui i più importanti sono le performances pensate da Francesca Grilli e il Dizionario di Arte Contemporanea in Lingua dei Segni Italiana a cui dedicherò un piccolo paragrafo, ma mi è parso fenomeno molto interessante.
  3. Infine, l’arte prodotta da sordi per sordi o udenti con una buona conoscenza e padronanza della LIS, ovviamente la più cospicua di esempi e che meriterà una trattazione più approfondita.

Esisterebbe in realtà almeno una quarta categoria, che è quella dei progetti che passano per l’arte e hanno come obiettivo l’integrazione e il recupero sociale o che, viceversa, nati e pensati per risolvere un problema di ordine pratico finiscono per diventare forme d’arte. Penso per esempio a tutto il filone dell’architettura pensata per le esigenze dei sordi: la Gallaudet University è forse la struttura più famosa, ma si possono trovare altri esempi, come la Room Room di Takeshi Hosaka e, più in generale, penso alle geografie sorde. Penso ancora al bellissimo progetto “Manos Blancas”, nato in Venezuela sotto gli auspici del direttore d’orchestra Claudio Abbado e che è stato pensato per togliere i bambini dalla strada o da condizioni particolarmente difficili come per l’appunto la sordità. Il progetto ha fatto nascere un coro che riunisce sordi, udenti e persone con altri problemi specifici che cantano o – come nel caso dei sordi – muovono le mani ricoperte da guanti bianchi (da cui il nome “Manos Blancas”), interpretando e veramente “cantando” la musica a loro modo, sotto la guida di un direttore d’orchestra. Le coreografie sono veramente belle e poetiche e meriterebbero una trattazione a parte (A questo proposito si può consultare il bellissimo documentario L’altra voce della musica. In viaggio con Claudio Abbado tra Caracas e l’Avana, di Helmut Failoni e Francesco Merini, libro + dvd, Il Saggiatore, 2006). Anche in Italia esistono cori delle mani bianche che periodicamente tengono concerti su tutto il territorio italiano.
Tuttavia, nel presente articolo, questi e altri progetti – numerosissimi – non verranno trattati compiutamente perché esulano dagli intenti di questo elaborato, che vuole invece occuparsi solamente dell’arte come forma di resilienza e delle sue possibili applicazioni a progetti individuali. I progetti appena citati sono invece collettivi e richiedono politiche sociali, così come l’intervento dello Stato o di fondazioni private a scopo umanitario. Hanno un altro obiettivo e nascono in maniere molto differenti: non interessano quindi la materia qui esposta.

La LIS da udente a udente

In rete si trovano alcuni video in cui persone udenti con un’ottima conoscenza della LIS segnano la traduzione di una canzone italiana (o straniera), sull’audio della canzone originale.
Forse la più presente su youtube è Francesca Fantauzzi, figlia di padre sordo e madre udente, interprete LIS e attrice in alcuni spettacoli teatrali, tra cui il musical Notre Dame de Paris, cantato e segnato al tempo stesso. Lei stessa si definisce interprete-performer.
Prendendo come esempio, tra tutti quelli possibili, il video Come un pittore (canzone originale di Modà feat. Jarabe de Palo), è di per sé evidente come questo sia meglio fruibile da chi ha modo di sentire la musica di sottofondo, ovvero da un pubblico udente. Provando a vedere il video senza l’audio, molta della poesia viene persa. È quindi un’arte mista, di integrazione, che cerca di unire due mondi, realizzata non a caso di chi è figlia di entrambi i mondi.
Non ci sono dubbi che le canzoni “mute” segnate da sordi nel completo silenzio – di cui parlerò più avanti – hanno un effetto poetico completamente diverso, sicuramente d’impatto più intenso. Tuttavia, è altrettanto evidente come Francesca utilizzi un linguaggio poetico diverso dalla LIS del segnato quotidiano: i suoi gesti sono più ampi, si ricorre all’uso di metafore quando, per es., per indicare il mare invece che usare il segno “mare”, questo viene mostrato dalla performer che si trova proprio in riva al mare; alcune parole sono sottintese,; ci sono primi piani sulle mani e sulle espressioni; e così via.
Come direbbe Umberto Eco, “tradurre è un po’ tradire” (Eco 2003), qualcosa si perde sempre nel passaggio da una lingua all’altra. Lo stesso si può dire per il video di Francesca che traduce da italiano a Lis. Tuttavia, credo che proprio nel tradimento, ovvero nella corrispondenza non esatta, nasca la poesia, l’arte, in una parola la creazione. È il sentire l’altro come diverso che ci obbliga a confrontarci con noi stessi, a chiederci chi siamo, metterci in discussione, e la traduzione ancora di più ci mette nella condizione di entrare nei panni dell’altro, cercare di capirne le ragioni e le profondità, portare la sua cultura nella nostra e viceversa. Ancora una volta, un’arte di integrazione.

Gli udenti per i sordi, ovvero sordi e udenti insieme

Il Dizionario di Arte Contemporanea in Lingua dei Segni Italiana è nato dall’esigenza di colmare una lacuna linguistica: i sordi non avevano segni per esprimere buona parte del vocabolario artistico nato dagli anni Sessanta in poi. In un’intervista fatta da Anna Somers Cocks, direttore editoriale di “The Art Newspaper”, agli autori del progetto, Catterina Seia, cultural advisor indipendente, racconta che “il progetto rivolto alle persone sorde è stato avviato come comune percorso di ricerca tre anni fa, su una sollecitazione nata dalla mia visita all’ultima Documenta. A Kassel ho incontrato molte persone in visita portatrici di diverse abilità, tra le quali gruppi di sordi in un «ascolto silente», con la Lingua dei Segni in un luogo abitato da segni. Ho interpellato Enrico Dolza, Coordinatore dell’Istituto dei Sordi di Torino, per conoscere quali strumenti fossero disponibili in Italia per facilitare la fruizione dell’arte da parte di questa popolazione. Sono emerse aree di miglioramento. In sintesi mancavano nella Lingua dei Segni i gesti per tradurre il lessico specifico dell’arte contemporanea e quindi favorire la comprensione e la frequentazione dei musei. Uno dei valori dei processi di collaborazione è l’attività di rete: immediatamente è partito il gruppo di progetto composto da Anna Pironti e Brunella Manzardo per il Dipartimento Educazione Castello di Rivoli e, per l’Istituto dei Sordi, da Enrico Dolza, Luciano Candela e Francesca Delliri” (AA.VV. 2010).
L’operazione linguistica è stata molto accurata, entrando dentro i concetti e quindi i significati – spesso molto complessi – legati all’arte contemporanea. Ogni termine è stato coniato dopo attenta e lunga riflessione sull’essenza profonda dell’idea artistica sottesa. Ad es. per “arte povera”, non ci si è limitati a usare il segno “arte” seguito dal segno “povero/a”, come avrebbe potuto fare un qualsiasi interprete LIS se si fosse trovato a dover tradurre l’espressione. Come spiegano gli autori stessi, “il segno ARTE POVERA è stato costruito a partire dall’idea che materiali di poco valore vengano recuperati per essere elevati a una dimensione «altra», fuori dall’ordinario. […] Il segno inizia con una metafora visiva che rimanda genericamente alla materia di poco valore. La mano destra successivamente articola il segno LIS RECUPERARE spostandosi verso l’alto, a indicare l’elevazione della materia. Da qui parte il segno ARTE” (id., p. 55).
A ogni parola sono dedicate due pagine del dizionario: a sinistra un’immagina esplicativa è corredata da un trafiletto (in italiano e in inglese) che narra la storia del termine in questione. A destra sono spiegati i motivi che hanno portato alla creazione del segno, vi è una descrizione a parole del segno stesso e sono presenti fotografie dell’articolazione del segno. Per le fotografie, si è scelto di usare la tecnica degli scatti in sequenza o a raffica, un omaggio alla cronofotografia (vedi esempio qui sotto).

Esempio dizionario arte LIS

La metodologia seguita è stata quella di sottoporre il lessico a un gruppo di sordi segnanti e individuare i segni esistenti. Dopodiché, per tutti i termini selezionati – che sono ottanta – è stato contestualizzato il significato di ciascun termine con l’ausilio anche di materiale iconografico e, infine, i collaboratori sordi hanno proposto un nuovo segno. I nuovi segni sono stati poi sottoposti a una verifica di “trasparenza”, ovvero di comprensibilità da parte di sordi non appartenenti al progetto.

Il secondo esempio che vorrei portare di collaborazione tra sordi e udenti sono i lavori dell’artista bolognese Francesca Grilli. In un ciclo di 4 “conversazioni”, Francesca ha concepito 4 performance in cui erano coinvolte persone sorde. La più interessante è quella da lei chiamata La Conversazione (2010) che è stata presentata per la prima volta al museo MAMbo di Bologna. Nella sala del museo era stata allestita una scultura in legno che ricordava una barca rovesciata sopra il quale stava in piedi il performer sordo Nicola Della Maggiora. Sotto alla barca erano state posizionate delle casse che amplificavano le vibrazioni della musica prodotta da un contrabbasso e un violoncello suonati da due musicisti udenti. Sul pavimento della sala erano sparsi tanti palloncini attraverso i quali era possibile sentire le stesse vibrazioni percepite dal performer. La performance è iniziata con un invito al pubblico udente e sordo a sedersi per terra e appoggiare le mani sopra a un palloncino. A quel punto la musica è iniziata e il performer sordo ha segnato una sorta di storia legata all’idea originale che stava alla base della concezione dell’opera – e che era stata previamente illustrata da Francesca Grilli al performer – e al tempo stesso rendeva visivamente le sue sensazioni soggettive legate alle vibrazioni che percepiva. Il performer aveva quindi creato sequenze di classificatori che rappresentavano una serie visiva di immagini comprensibli anche da chi non conosceva la LIS: onde – grande barca in mare – barcollare sulle onde – acqua – onde contro la nave – sirene che chiamano – onde contro la nave – pesci – sirene che guardano la chiglia della barca da sotto l’acqua – vento tra i capelli – nave – onde (Zaghetto 2013, p. 93).
Ambra Zaghetto, una ricercatrice che si occupa di semiotica cognitiva e analisi dei processi di percezione tattile della vibrazione sonora, ha proposto una suddivisione della performance in otto sezioni corrispondenti alle otto sezioni della composizione musicale, e ha individuato i classificatori usati in ogni sezione (vedi tabella qui sotto).

 

SEZIONE TEMPO DINAMICA DI ESECUZIONE MUSICALE CL IMPIEGATI NELLA DINAMICA DI ARTICOLAZIONE VISIVA
A 0”       ® 4’06” Moderato iCL5/CLB/CL5#/CLB+CL5#/fCL5
B 4’07”   ® 5’09” Adagio (melodico) iCLB/ CL5/CL5#/fCL5
C 5’10”   ® 5’59” Adagio (melodico) iCL1/CLB/CL5#/fCL5
D 6’00”   ® 6’52” Moderato – Vivace iCL1/CLO/CL5/CLB/CL5#/ fCL5
E 6’53”   ® 8’19” Moderato – Vivace (incalzando) iCLBvar/CL5var/CLBvar/CL5#/
CLF/CLC/CLAs+CL5/fCL5
F 8’20”   ® 9’28” Adagio (melodico) iCLB/CL5/CLF/CL5#/fCL5
G 9’29”   ® 10’19” Veloce (ritmato) iCLB/CLAs/CL5#/CLAs+CL5/
CL1/CLAs+CLB/CL5/fCL5
H 10’20” ® 13’44” Adagio (melodico) iCLB/CL5/CL1/CLAs+CL5/
CLO+CL5/CLO/CL5#/fCL5

Nella prima colonna sono designate le otto sezioni di suddivisione della composizione musicale (Daniele Mana) e della performance musicale; nella seconda colonna viene indicata la durata delle singole sezioni in riferimento alla registrazione del 29 novembre 2010; nella terza colonna è descritta la dinamica di esecuzione della composizione musicale; nell’ultima colonna è descritta la modalità di esecuzione performativa in segni in funzione delle classi di classificatori utilizzati dal performer sordo (Zaghetto 2013, p. 96).
Sempre secondo Zaghetto “guardando la performance, i sordi, seppure riscontrando una iniziale difficoltà nella comprensione della modalità comunicativa/espressiva adottata dal performer, ritengono che il discorso artistico si riferisca alle onde del mare che sbattono contro la prua di una barca (che richiama la scultura sulla quale il perfomer appoggia i piedi) sulla quale si barcolla e si fa fatica a stare in equilibrio, al vento che soffia tra i capelli e che crea le onde, alle sirene che nuotano nell’acqua del mare e vedono la forma della barca «da sotto» mentre le onde gli sbattono contro, al timone che dà la direzione alla barca. Questa descrizione richiama esattamente l’idea originale dell’opera dell’artista Grilli. La stessa idea descrittiva è stata percepita dagli spettatori udenti, dimostrando che la modalità figurativa-gestuale creata durante la performance ha notevoli potenzialità comunicative” (id., p. 97).
Sia il dizionario artistico dei segni che le performance ideate da Francesca Grilli mi paiono due esempi ben riusciti di arte in cui sordi e udenti partecipano secondo i loro ruoli rispettivi e che, sebbene fruibili soprattutto da un pubblico sordo, permettono agli udenti di avvicinarsi tramite l’arte al mondo sordo con un grado di comprensibilità accettabile, tale da giustificare la loro partecipazione.

I sordi per i sordi – la LIS in varie declinazioni

Come tutte le comunità, anche quella sorda ha una sua tradizione letteraria, basata sulla comunicazione di tipo visivo-gestuale. Nel tempo e nei luoghi si sono sviluppati vari stili espressivi, a volte importati da paesi e culture differenti, soprattutto negli ultimi tempi con l’avvento di internet e della comunicazione di massa. Ogni stile espressivo in lingua dei segni ha caratteristiche e modalità che le sono propri ed è interessante vedere quali differenze presentano. Gli stili letterari possono essere individuati in sei principali e sono: Narrativa (N), Mimo (M), Poesia in segni (P), Canzone in segni (C), Visual Vernacular (VV) e Visual Vernacular musicale (VVm) (id., p. 53).
Zaghetto propone un approccio basato sull’analisi della ricorrenza di elementi performativi durante le rappresentazioni in stile, al fine di arrivare a una definizione e caratterizzazione dei sei stili. Individua quindi sei elementi performativi ricorrenti: uso dei classificatori (CL), impiego dei segni convenzionali (CS), movimento del corpo (BM), espressioni del volto (FE), impersonamento (EM), uso del discorso diretto (DS). Questi sei elementi performativi sono suddivisi in elementi manuali (CL, CS, DS) e non manuali (FE, BM, EM) e sono usati dal segnante in modo diverso a seconda del registro scelto (ibid). Di seguito la tabella fornita da Zaghetto (p. 55) che illustra le percentuali da lei individuate dopo aver studiato i diversi stili espressivi:

Percentuale stili espressivi

Vediamo quindi nel dettaglio i sei stili, per come sono analizzati da Zaghetto (pp. 56-67).

Narrativa

La narrazione in lingua dei segni può essere definita un “racconto” senza distinzione di generi. La struttura della narrazione prevede: presentazione/descrizione dei personaggi/oggetti della storia; presentazione/descrizione dello spazio/situazione in cui avviene l’azione dell’evento narrato con selezione dei particolari più caratteristici; descrizione dell’azione dei personaggi; conclusione della narrazione. È necessario che siano presenti sia un narratore che un destinatario; viene impiegata la tecnica dell’impersonamento; sono scelti particolari rilevanti dal punto di vista visivo dei personaggi e dello spazio in cui si svolge l’azione in modo da facilitare il riconoscimento degli stessi da parte del pubblico; in genere non si impersonano più di due o tre personaggi contemporaneamente. La tecnica narrativa è usata dai sordi nella quotidianità ma anche nell’ambito di festival come il Clin d’Oeil di Reims in Francia, che quest’anno si terrà dal 5 al 7 luglio 2013[1], o come quello che fu organizzato a Orvieto il 16 e 17 ottobre 2009.
Come si vede dal grafico, l’utilizzo degli elementi performativi nella narrativa è abbastanza equilibrato.

Mimo

La parola Mimo si riferisce alla tecnica sviluppata dal francese Etienne Decroux e portata alla celebrità in tempi recenti da Marcel Marceau. Si differenzia dalla Pantomima in quanto quest’ultima crea una storia usando elementi del Mimo che invece è proprio una forma di teatro.
La tecnica del Mimo è molto usata nelle compagnie teatrali di sordi. È famosa la compagnia Senza Parole di Milano, nata nel 1979; molto noto anche l’artista Maurizio Scarpa. I sordi spesso sentono naturalmente propria questa tecnica poiché anche nel segnato quotidiano usano molto la gestualità corporea.
Naturalmente il Mimo usa moltissimo impersonamento, espressioni facciali e movimento del corpo, mentre è pressoché annullato l’uso di segni e classificatori, così come del discorso diretto.

Poesia

La poesia in LIS è spesso caratterizzata dalla ripetizione, effetto creato dalla successione ridondante di sequenze segniche “che ripropongono la medesima configurazione manuale in localizzazioni spaziali differenti all’interno dello spazio neutro. I pattern di ripetizione della Poesia in segni si basano anche sulla successione di configurazioni manuali differenti ma caratterizzate da stesso movimento nello spazio neutro” (Zaghetto 2013, p. 60). In questo modo si possono far convivere piani temporali differenti. Altri elementi fondamentali della poesia sono l’ambiguità dei segni e la creazione di neologismi.
In Italia è famosissima la poetessa Rosaria Giuranna, considerata la fondatrice dello stile italiano, e le due poetesse Lucia Daniele e Laura di Gioia che spesso lavorano insieme, anche nella composizione di canzoni in segni (vedi oltre).
Nella poesia in segni si usano molti classificatori (spesso cambiati grazie alla possibilità di usare “licenze poetiche”: vedi l’immagine qui sotto tratta da Zaghetto 2013, p. 72), mentre sono pochi i segni convenzionali e pochissimo l’uso dell’impersonamento. Sono importantissime invece le espressioni facciali, che spesso esprimono sensazioni e sentimenti.

Evoluzione fonologica segno ALBERO

Canzone

Benché nelle canzoni composte in LIS non sia presente nessun accompagnamento musicale (diversamente dalle canzoni tradotte dall’italiano segnando sopra una base musicale di cui ho parlato sopra), esse presentano una loro musicalità interna. Questa deriva da una ritmica interna che genera “effetti di consonanza, dissonanza, rima, ripetitività, ciclicità, ricorsività.
[…] Nella Canzone in segni sono presenti regole pratiche performative condivise tra gli artisti sordi: il segnante è libero di muoversi rispetto alla posizione fissa e stabile sulle gambe (rispetto alla Poesia o al VV, per esempio), e questo per permettere maggiore possibilità di movimento al busto, ma soprattutto all’intero corpo che deve essere il mezzo che manifesta visivamente la ritmica della canzone in segni […]” (id., p. 64).
Le poesie Un amico per la pelle e Un amico in più segnate da Laura di Gioia e Lucia Daniele (composte a partire da un testo italiano) illustrano molto bene quanto detto sopra. Come si vede, nella canzone in segni l’elemento dominante è il movimento del corpo, mentre l’impersonamento è quasi del tutto assente. Gli altri elementi, a parte il discorso diretto, sono più o meno equivalenti. Come ci tiene a precisare Laura di Gioia alla fine del video a proposito della performance: “spero che il pubblico abbia capito che anche se non c’era la musica, la musica c’era. E che noi abbiamo cercato di dimostrarlo”.

Visual Vernacular (VV)

Il VV indica uno stile espressivo che trova un corrispettivo nel fumetto. Si usa infatti moltissimo l’uso dello zoom, che permette al narratore di focalizzarsi su alcuni particolari dell’azione.
In Italia è in realtà poco diffuso (lo è molto di più negli Stati Uniti dove è nato – si vedano ad esempio i lavori di Bernard Bragg: http://bernardbragg.com/), anche perché implica che il segnante conosca molto bene il proprio sistema linguistico e non esistono corsi specifici. Si vede subito dal grafico come sia uno stile molto caratterizzato e particolare, poiché c’è una grande disparità tra gli elementi performativi utilizzati: moltissimo i classificatori, le espressioni facciali e l’impersonamento, e quasi per nulla i segni convenzionali e il discorso diretto (poco il movimento del corpo perché le gambe devono comunque rimanere fisse mentre il busto ha più libertà di movimento). Sembra che questa tecnica fosse già presente prima del 2000 “negli Istituti per creare racconti con segni forti” (Zaghetto 2013, p. 65), anche se continuava a usare i segni convenzionali della LIS. In seguito (2005-2006), il VV si sarebbe distanziato dalla narrativa per il forte uso di classificatori, utile ad assecondare il ritmo rapido e “cinematografico” della tecnica.

Visual Vernacular musicale (VVm)

Uno dei pochissimi esempi di questa tecnica è l’esempio sopracitato della performance di Nicola della Maggiora ne La Conversazione di Francesca Grilli. “Trattandosi di un’estensione del VV, il VVm presenta regole di base analoghe, tuttavia il ritmo di articolazione in segni è stabilito dal ritmo di esecuzione della composizione musicale [percepita dal performer sordo grazie alle vibrazioni sonore]. Perciò, mentre nel VV è presente un «ritmo visivo», nel VVm il ritmo è effettivamente «sonoro»” (id., p. 67). Come si è visto nel video, i classificatori e le espressioni facciali sono importantissime, molto meno tutti gli altri elementi. È importante sottolineare come, nella performance, l’artista sordo non si limita a esprimere visivamente l’idea originaria dell’opera, ma unisce a questa le sensazioni che gli scaturiscono dentro nel sentire le vibrazioni, tanto che le vibrazioni più basse sono articolate nella parte inferiore del corpo, salendo via via fino a esprimere quelle più acute all’altezza della testa (id., p. 97).

Conclusioni

La LIS, come tutte le lingue, è in continua evoluzione (Radutzky 2009). Ho cercato di dare un’idea della potenzialità espressiva e poetica declinata nelle sue varie forme per rendere conto della complessità e della ricchezza di questa lingua, nonché del fermento culturale di cui può farsi portatrice l’arte nel momento in cui diventa punto d’incontro di culture diverse.
La LIS produce arte sia da parte di udenti che di sordi (caso linguistico forse unico), arte che diventa immediatamente luogo di scambio tra mondi di solito abbastanza separati.
Recentemente questo scambio si sta facendo sempre più fitto e non a caso iniziano a proliferare sempre più forme d’arte, che non rimangono più il prodotto spontaneo di una piccola comunità, ma iniziano ad avere bisogno di essere ordinate, classificate, studiate, approfondite, sia dai sordi che dagli udenti (l’esempio più recente è forse il Visual Vernacular musicale, un’espressione culturale nuovissima).
La produzione poetica implica consapevolezza linguistica da parte dei segnanti, incoraggia quindi i sordi a impadronirsi della loro lingua e gli udenti a rispettarne le regole interne. Tutti questi processi creano senso identitario e di comunità che, nel momento in cui non fissano confini tra noi e gli altri, contribuiscono al contrario a quell’arricchimento culturale da sempre frutto degli scambi tra popoli. Realizzano collettivamente la resilienza.
Per dare conto della bellezza, dell’iconicità e dell’impatto espressivo ricchissimo della LIS, vorrei chiudere con un’immagine (tratta da Zaghetto 2013, p. 75) che, come si suol dire, parla da sola.

Cambiamenti fonologici FIORE

Bibliografia

AA.VV., Dizionario di Arte Contemporanea in Lingua dei Segni Italiana. Il silenzio racconta l’arte, Torino, Umberto Allemandi & C., 2010.

ECo Umberto, Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione, Bompiani, 2003.

Failoni Helmut e Merini Francesco, L’altra voce della musica. In viaggio con Claudio Abbado tra Caracas e l’Avana, libro + dvd, Il Saggiatore, 2006.

GIURANNA Rosanna e GIURANNA Giuseppe, Sette poesie in lingua dei segni italiana (LIS), libro+cd-rom, Edizioni del Cerro, 2002.

RADUTZY Elena, “Il cambiamento fonologico storico della Lingua dei Segni Italiana” in Alcuni capitoli della grammatica della LIS (a cura di Carmela Bertone e Anna Cardinaletti), Università Ca’ Foscari Venezia, 2009.

REMOTTI Francesco, Contro l’identità, Laterza, 2009 (Ia ed. 1996).

SACKS Oliver, Vedere voci. Un viaggio nel mondo dei sordi, Adelphi 2012 (Ia ed. 1990).

Secchi Loretta, L’educazione estetica per l’integrazione, Roma, Carocci, 2004.

Vale Lawrence J. e Campanella Thomas J., (a cura di), The Resilient City: How Modern Cities Recover from Disaster, New York, Oxford University Press, 2005.

ZAGHETTO Ambra, (a cura di), Nuove prospettive sulla produzione artistica in Lingua dei Segni Italiana (LIS), Perugia, Guerra Edizioni, 2013.

Sitografia

Architettura sorda

http://www.dezeen.com/2011/09/28/room-room-by-takeshi-hosaka/

http://deafgeographies.weebly.com/index.html

Canzone in segni
http://www.webmultimediale.org/guide/index.php?module=webpage&id=23&page=3

Festival di Narrativa in segni

http://www.clin-doeil.eu/

http://www.comune.orvieto.tr.it/i/3A69B0FB.htm

Francesca Fantauzzi

https://www.facebook.com/FrancescaFantauzziLisPerformer

https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=HQeBwuX5a-M

http://www.youtube.com/watch?v=zTw86HrgBEU

Francesca Grilli/Visual Vernacular musicale

http://www.francescagrilli.com/w14/

 

 

Barbara

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La costruzione dell’empatia

“Si può parlare di pensiero libero e personale senza la capacità di accettare il pensiero degli altri?”.

Inizia così un interessante articolo comparso nel numero di giugno 2016 sulla rivista Mente & cervello, un mensile edito da Le Scienze.

L’articolo parla della costruzione, in età infantile, di quella che comunemente viene chiamata empatia, anche detta “senso dell’altro”. La prima forma di empatia è affettiva e si manifesta tra il primo e il secondo anno di vita, quando il bambino inizia a identificare le emozioni dell’altro, approvandole o disapprovandole.

In seguito, verso i quattro anni e mezzo, il bambino sviluppa la capacità di apprendere le credenze e i desideri delle altre persone e di immaginarne le intenzioni e anticiparne i comportamenti. È quindi un processo cognitivo, non più emozionale. Infine, verso i 9 anni, incomincia a essere in grado di adottare intenzionalmente il punto di vista di un’altra persona, sul piano emozionale come su quello emotivo. Significa che da una posizione autocentrica ne assume una allocentrica, basata su un punto di vista esterno. È l’inizio del senso morale e di giustizia che permette di provare empatia non solo per la nostra cerchia familiare ma anche verso completi estranei, verso i quali si prova però un senso di immedesimazione.

È il motivo per cui ci sono esseri umani che lottano per i diritti umani di persone che non vedranno mai, per es. i migranti arrivati sulle nostre coste di cui tanto si parla da qualche anno a questa parte. Senza la capacità dell’uomo di sviluppare questo senso dell’empatia non esisterebbero la Carta dei Diritti Umani, le Convenzioni di Ginevra, l’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) e le miriadi di associazioni che si occupano di diritti umani, promozione sociale, sensibilizzazione nelle scuole. Probabilmente non esisterebbe nemmeno SEMI!

La cosa interessante e al tempo stesso problematica è che pare esista una finestra critica di formazione di questo senso dell’altro che va dagli 8 ai 12 anni di età: se non viene sviluppata e incoraggiata da stimoli esterni entro questo limite, sarà molto difficile che germogli in seguito. È uno dei motivi per cui è così facile creare dei “bambini soldato”, che saranno però condannati a vivere una vita di freddezza e isolamento emotivo, anche qualora riescano in qualche modo a cambiare radicalmente il loro stile di vita. Anzi, è molto probabile che aderiranno con fede cieca a qualche altra forma di estremismo, religioso o civile che sia, magari con scopi benefici ma pur sempre senza la capacità di assumere un punto di vista che non sia il proprio.

Ma come si è sviluppato, a livello evolutivo, questo senso dell’altro? Ne parlano i ricercatori e psicologi Mauro Adenzato e Ivan Enrici nei Quaderni di psicoterapia cognitiva 16, Vol. 8 n° 1, 2005 riprendendo l’ipotesi del cervello sociale, secondo la quale gli esseri umani, nel corso della storia, avrebbero evoluto meccanismi neurocognitivi specificamente deputati alla gestione delle interazioni sociali con i loro simili, come la cooperazione o la competizione, lo scambio di informazioni, l’acquisizione di nuove competenze partendo dall’osservazione e quindi l’imitazione di quelle altrui. Pare infatti che le sfide che il mondo sociale pone all’individuo siano molto più complesse di quelle che deve affrontare nel mondo fisico, in qualche modo più prevedibile. L’uomo quindi avrebbe sviluppato un cervello più grande, in proporzione al suo peso, degli altri mammiferi – primati esclusi – per la pressione derivata dall’ambiente sociale più che da quello ecologico o fisico. In altre parole, la necessità di fare previsioni sul comportamento altrui e scegliere con quali individui stringere rapporti di alleanza avrebbe stimolato l’evoluzione di meccanismi neurocognitivi atti a svolgere queste funzioni. Pare infatti, secondo quanto sostengono Adenzato ed Enrici, che esistano aree del cervello dedicate alla gestione delle interazioni sociali. Tra l’altro, questo tipo di studi potrebbe avere importanti ricadute nel capire meglio certe patologie in cui manca in maniera importante la capacità di interagire con gli altri, come l’autismo, o vi è un deterioramento di questa abilità, come la schizofrenia.

La capacità degli uomini di comprendere che gli esseri umani sono dotati di stati mentali quali credenze, desideri e intenzioni in relazione causale con il mondo e la possibilità di fare riferimento esplicito alla propria mente e a quella altrui predicendo il comportamento delle persone è stata chiamata anche Teoria della Mente. Questa si sviluppa pienamente quando si acquisisce la capacità di vedere nell’altro la manifestazione di una falsa credenza, ovvero quando si riesce a considerare che un’altra persona può avere una credenza che ritiene vera ma che si sa essere falsa. Richiede quindi l’abilità di considerare in che modo la rappresentazione che un’altra persona si fa della realtà è in relazione con la rappresentazione che ce ne facciamo noi o con la realtà stessa. La comprensione della falsa credenza si sviluppa verso i quattro anni di età ed è in relazione con quella empatia cognitiva di cui si parlava sopra.

Sembra quindi che la capacità di provare empatia sia una caratteristica esclusiva dei primati e che si sia sviluppata moltissimo nell’uomo, che passa quasi tutto il suo tempo a strettissimo contatto con gli altri, imbrigliato in una rete di relazioni sociali complessissima ma che il nostro cervello ha imparato a gestire molto facilmente. È un po’ come se l’empatia fosse la marca dell’umanità. Mi viene in mente quella scena di Blade Runner in cui un ispettore, per capire se l’individuo di fronte a lui è un umano o un replicante, lo sottopone a un test e il replicante si tradisce quando non capisce la domanda sul perché dovrebbe aiutare una testuggine che sta arrostendo nel deserto e che solo lui può salvare.

https://www.youtube.com/watch?v=Umc9ezAyJv0 (versione in inglese)

Anche i replicanti però dopo un po’ iniziano a provare emozioni, al punto che lo spettatore inizia a provare simpatia per loro, anzi una vera e propria empatia per l’appunto. Allora quando riconosciamo un’emozione non possiamo che riconoscerci anche in chi la prova, anche se sappiamo non essere umano. Perché se sembra umano, attiva in noi le stesse reazioni che susciterebbe in noi un vero umano. Così come quando i bambini provano emozioni verso i loro animaletti di peluche. I replicanti di Blade Runner, nella loro realtà, si sentono umani, alcuni di loro addirittura non sanno di essere dei replicanti. Perché la realtà non è universale, è personale. Ognuno percepisce il mondo a suo modo e in base a questo immagina che la realtà prenda forma. Sviluppa quindi reazioni emotive personali in risposta alle azioni di altri esseri umani. Gestalt è una parola tedesca che significa “forma” o “rappresentazione”, anche se questa traduzione non rende conto della complessità del termine. La psicologia della Gestalt considera che ognuno percepisca la realtà nella sua personale maniera e che quello che siamo e sentiamo, il nostro stesso comportamento, siano il risultato di una complessa organizzazione che guida anche i nostri processi di pensiero.

Ogni individuo seleziona gli stimoli che riceve dal mondo secondo il suo sistema percettivo e non li percepisce gli uni disgiunti dagli altri ma organizzandoli e strutturandoli secondo il proprio sistema di pensiero. Costruisce e attribuisce alla realtà significati in base all’esperienza percettiva che ha dell’ambiente circostante. Questi significati non saranno quindi la semplice somma delle singole parti, ma avranno valenze molto più profonde strutturate secondo la sua visione del mondo. A livello psicologico o educativo, sarà quindi importante considerare ogni singolo individuo come unico e speciale e sintonizzarsi sul suo modo di vedere il mondo per potergli fornire strumenti in più per interpretare il mondo e prendere coscienza dei meccanismi interni che regolano la sua visione della vita. Bisognerà, in altre parole, adottare fortemente il suo punto di vista, senza mai perdere il proprio. L’empatia è quindi fondamentale quando si vuole fare terapia gestaltica.

Noi di SEMI cerchiamo di adottare questo tipo di approccio formativo non solo nei colloqui di counselling gestaltico che mettiamo in atto ma anche nei laboratori che organizziamo, con adulti e soprattutto con ragazzi, per cui è ancora più importante prendere coscienza dei meccanismi da loro messi in essere nella relazione con gli altri.

Barbara

Caucasici e banane

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La ragazza ha una trentina d’anni e un aspetto decisamente caucasico, come dicono nei telefilm polizieschi. Il mio sguardo da europeo del sud la riconosce subito come familiare, grazie al prezioso dono del pregiudizio: agita le mani con delicatezza e parla un inglese monocorde e preciso, senza strascichi, una manna per me che non lo capisco tanto bene. Ci chiede i nomi e ci descrive il percorso che faremo insieme, mentre scommetto con me stesso che probabilmente è spagnola o francese.

Sono venuto fin qua per diversi motivi, uno dei quali è mettere alla prova il mio pregiudizio, questa specie di misurazione anticipata dell’estraneo, la necessità di adattare l’ignoto a un profilo riconoscibile, a una sagoma decifrabile. Il pregiudizio fa parte della natura umana e non serve essere antropologi per capirlo: le mamme insegnano ai bambini a non accettare caramelle dagli sconosciuti, chiunque essi siano, cioè ad avere un pregiudizio negativo su tutti quelli che non sono “familiari”. Mi pare un’idea sana, di base. Solo che poi tendiamo ad applicarla a tutto, nella speranza di decodificare il mondo con uno schema preconfezionato. Forse l’unica cosa sensata che possiamo fare è mettere alla prova i nostri pregiudizi, misurarli, sconfessarli, insomma riderci un po’ sopra. Come fa la ragazza caucasica quando parla delle banane gialle.

Sì, mi sono dimenticato di raccontare la storia che volevo raccontare. Che poi non è la mia storia, ma la sua. Insomma, la ragazza fa la guida turistica di mestiere e ci porta in giro per tutta la Baščaršija (il centro storico di Sarajevo); mentre ci racconta della biblioteca degli Ebrei Sefarditi distrutta dai Serbi, del caravanserraglio turco, della Moschea più grande d’Europa, viene fuori che non è né francese né spagnola, pensa te, ma bosniaca. Nata proprio a Sarajevo, nel 1988. Come se non bastasse, è anche musulmana. Ho perso la scommessa, ma di brutto.

Quando è scoppiata la guerra aveva quattro anni e ricorda poco, solo le esplosioni e la paura di cui era intrisa l’aria. Dice che per lei bambina la guerra era come un gioco, ma mentre lo dice le mani si fermano e gli occhi si intristiscono un po’. È lì che, per farci sorridere, ci racconta la storia delle banane.
“Durante la guerra arrivavano generi alimentari spesso scaduti o avariati, scatole di carne della Seconda Guerra Mondiale, fagioli destinati alle truppe americane in Vietnam. La frutta era merce rara e quando arrivava, portata attraverso il Tunnel della Salvezza o dai camion delle Nazioni Unite, era già parecchio matura quando non marcita. Le banane, quindi, erano tutte scure. Qualche settimana dopo il cessate-il-fuoco, mia madre portò a casa delle banane… gialle! Ovviamente mi misi a piangere e non le mangiai: chi assaggerebbe mai una banana gialla?” Non mi viene da sorridere, però. La immagino piccolina sotto quel frastuono, tra le macerie e i corpi senza vita delle persone. Si capisce che i segni della guerra rimarranno nell’anima della gente per tanto tempo. “Molti adulti ragionano ancora così: ‘non sparano? Vuol dire che va tutto bene!’ Ma bisogna saper guardare avanti, saper costruire un futuro che non sia solo di mera sopravvivenza”. Ha gli occhi pieni di futuro. Un po’ la invidio, nonostante tutto.

Comunque, ieri al supermercato sotto casa vendevano le banane gialle a quasi 2 euro al chilo e ho chiesto al cassiere che fine fanno quelle scure. Me le indica: “Guarda sono là, sono in sconto al 50%”. Affare fatto.

Igor

Festina lente

FestinaLente

La domenica mattina

Il signor Cesare era molto abitudinario. Ogni domenica si alzava tardi, girellava per la casa in pigiama e alle undici si radeva la barba, lasciando aperta la porta del bagno.
Quello era il momento atteso da Francesco, che aveva solo sei anni, ma mostrava già molta inclinazione per la medicina.
Francesco, infatti, prendeva il pacchetto del cotone idrofilo, la bottiglietta del disinfettante, la busta dei cerotti, entrava in bagno e si sedeva sullo sgabello ad aspettare.
Che c’è? – domandava il signor Cesare, insaponandosi la faccia con la schiuma da barba
Francesco si torceva sul seggiolino, senza rispondere.
Dunque?
Be’ – diceva Francesco – può darsi che tu ti tagli. Allora io farò la medicazione.
Già! – diceva il signor Cesare.
Ma non tagliarti apposta come domenica scorsa – diceva Francesco, severamente, – altrimenti non vale.
Sicuro! – diceva il signor Cesare.
Ma a tagliarsi senza farlo apposta non ci riusciva. Tentava di sbagliare senza volerlo, ma era difficile e quasi impossibile. Faceva di tutto per essere disattento, ma non poteva.
Finalmente, qui o là, il taglietto arrivava e Francesco poteva entrare in azione. Asciugava la goccia di sangue, disinfettava, attaccava il cerotto.
Così ogni domenica il signor Cesare regalava una goccia di sangue a suo figlio e Francesco era sempre più convinto di avere un padre distratto.

Gianni Rodari

 

Il primo post di SEMI esce di domenica, una giornata lenta.

Non vogliamo quindi aggiungere altro. Faremo tante cose assieme – laboratori, incontri, giochi, viaggi, studi – ma oggi vogliamo soltanto goderci e farvi godere la mattina, con un racconto, dandosi il tempo di leggere e di gioire dell’inizio di questa avventura.

Buona lettura e buona domenica, ognuno coi suoi ritmi, ognuno nel suo tempo.

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