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Associazione SEMI

La costruzione dell’empatia

“Si può parlare di pensiero libero e personale senza la capacità di accettare il pensiero degli altri?”.

Inizia così un interessante articolo comparso nel numero di giugno 2016 sulla rivista Mente & cervello, un mensile edito da Le Scienze.

L’articolo parla della costruzione, in età infantile, di quella che comunemente viene chiamata empatia, anche detta “senso dell’altro”. La prima forma di empatia è affettiva e si manifesta tra il primo e il secondo anno di vita, quando il bambino inizia a identificare le emozioni dell’altro, approvandole o disapprovandole.

In seguito, verso i quattro anni e mezzo, il bambino sviluppa la capacità di apprendere le credenze e i desideri delle altre persone e di immaginarne le intenzioni e anticiparne i comportamenti. È quindi un processo cognitivo, non più emozionale. Infine, verso i 9 anni, incomincia a essere in grado di adottare intenzionalmente il punto di vista di un’altra persona, sul piano emozionale come su quello emotivo. Significa che da una posizione autocentrica ne assume una allocentrica, basata su un punto di vista esterno. È l’inizio del senso morale e di giustizia che permette di provare empatia non solo per la nostra cerchia familiare ma anche verso completi estranei, verso i quali si prova però un senso di immedesimazione.

È il motivo per cui ci sono esseri umani che lottano per i diritti umani di persone che non vedranno mai, per es. i migranti arrivati sulle nostre coste di cui tanto si parla da qualche anno a questa parte. Senza la capacità dell’uomo di sviluppare questo senso dell’empatia non esisterebbero la Carta dei Diritti Umani, le Convenzioni di Ginevra, l’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) e le miriadi di associazioni che si occupano di diritti umani, promozione sociale, sensibilizzazione nelle scuole. Probabilmente non esisterebbe nemmeno SEMI!

La cosa interessante e al tempo stesso problematica è che pare esista una finestra critica di formazione di questo senso dell’altro che va dagli 8 ai 12 anni di età: se non viene sviluppata e incoraggiata da stimoli esterni entro questo limite, sarà molto difficile che germogli in seguito. È uno dei motivi per cui è così facile creare dei “bambini soldato”, che saranno però condannati a vivere una vita di freddezza e isolamento emotivo, anche qualora riescano in qualche modo a cambiare radicalmente il loro stile di vita. Anzi, è molto probabile che aderiranno con fede cieca a qualche altra forma di estremismo, religioso o civile che sia, magari con scopi benefici ma pur sempre senza la capacità di assumere un punto di vista che non sia il proprio.

Ma come si è sviluppato, a livello evolutivo, questo senso dell’altro? Ne parlano i ricercatori e psicologi Mauro Adenzato e Ivan Enrici nei Quaderni di psicoterapia cognitiva 16, Vol. 8 n° 1, 2005 riprendendo l’ipotesi del cervello sociale, secondo la quale gli esseri umani, nel corso della storia, avrebbero evoluto meccanismi neurocognitivi specificamente deputati alla gestione delle interazioni sociali con i loro simili, come la cooperazione o la competizione, lo scambio di informazioni, l’acquisizione di nuove competenze partendo dall’osservazione e quindi l’imitazione di quelle altrui. Pare infatti che le sfide che il mondo sociale pone all’individuo siano molto più complesse di quelle che deve affrontare nel mondo fisico, in qualche modo più prevedibile. L’uomo quindi avrebbe sviluppato un cervello più grande, in proporzione al suo peso, degli altri mammiferi – primati esclusi – per la pressione derivata dall’ambiente sociale più che da quello ecologico o fisico. In altre parole, la necessità di fare previsioni sul comportamento altrui e scegliere con quali individui stringere rapporti di alleanza avrebbe stimolato l’evoluzione di meccanismi neurocognitivi atti a svolgere queste funzioni. Pare infatti, secondo quanto sostengono Adenzato ed Enrici, che esistano aree del cervello dedicate alla gestione delle interazioni sociali. Tra l’altro, questo tipo di studi potrebbe avere importanti ricadute nel capire meglio certe patologie in cui manca in maniera importante la capacità di interagire con gli altri, come l’autismo, o vi è un deterioramento di questa abilità, come la schizofrenia.

La capacità degli uomini di comprendere che gli esseri umani sono dotati di stati mentali quali credenze, desideri e intenzioni in relazione causale con il mondo e la possibilità di fare riferimento esplicito alla propria mente e a quella altrui predicendo il comportamento delle persone è stata chiamata anche Teoria della Mente. Questa si sviluppa pienamente quando si acquisisce la capacità di vedere nell’altro la manifestazione di una falsa credenza, ovvero quando si riesce a considerare che un’altra persona può avere una credenza che ritiene vera ma che si sa essere falsa. Richiede quindi l’abilità di considerare in che modo la rappresentazione che un’altra persona si fa della realtà è in relazione con la rappresentazione che ce ne facciamo noi o con la realtà stessa. La comprensione della falsa credenza si sviluppa verso i quattro anni di età ed è in relazione con quella empatia cognitiva di cui si parlava sopra.

Sembra quindi che la capacità di provare empatia sia una caratteristica esclusiva dei primati e che si sia sviluppata moltissimo nell’uomo, che passa quasi tutto il suo tempo a strettissimo contatto con gli altri, imbrigliato in una rete di relazioni sociali complessissima ma che il nostro cervello ha imparato a gestire molto facilmente. È un po’ come se l’empatia fosse la marca dell’umanità. Mi viene in mente quella scena di Blade Runner in cui un ispettore, per capire se l’individuo di fronte a lui è un umano o un replicante, lo sottopone a un test e il replicante si tradisce quando non capisce la domanda sul perché dovrebbe aiutare una testuggine che sta arrostendo nel deserto e che solo lui può salvare.

https://www.youtube.com/watch?v=Umc9ezAyJv0 (versione in inglese)

Anche i replicanti però dopo un po’ iniziano a provare emozioni, al punto che lo spettatore inizia a provare simpatia per loro, anzi una vera e propria empatia per l’appunto. Allora quando riconosciamo un’emozione non possiamo che riconoscerci anche in chi la prova, anche se sappiamo non essere umano. Perché se sembra umano, attiva in noi le stesse reazioni che susciterebbe in noi un vero umano. Così come quando i bambini provano emozioni verso i loro animaletti di peluche. I replicanti di Blade Runner, nella loro realtà, si sentono umani, alcuni di loro addirittura non sanno di essere dei replicanti. Perché la realtà non è universale, è personale. Ognuno percepisce il mondo a suo modo e in base a questo immagina che la realtà prenda forma. Sviluppa quindi reazioni emotive personali in risposta alle azioni di altri esseri umani. Gestalt è una parola tedesca che significa “forma” o “rappresentazione”, anche se questa traduzione non rende conto della complessità del termine. La psicologia della Gestalt considera che ognuno percepisca la realtà nella sua personale maniera e che quello che siamo e sentiamo, il nostro stesso comportamento, siano il risultato di una complessa organizzazione che guida anche i nostri processi di pensiero.

Ogni individuo seleziona gli stimoli che riceve dal mondo secondo il suo sistema percettivo e non li percepisce gli uni disgiunti dagli altri ma organizzandoli e strutturandoli secondo il proprio sistema di pensiero. Costruisce e attribuisce alla realtà significati in base all’esperienza percettiva che ha dell’ambiente circostante. Questi significati non saranno quindi la semplice somma delle singole parti, ma avranno valenze molto più profonde strutturate secondo la sua visione del mondo. A livello psicologico o educativo, sarà quindi importante considerare ogni singolo individuo come unico e speciale e sintonizzarsi sul suo modo di vedere il mondo per potergli fornire strumenti in più per interpretare il mondo e prendere coscienza dei meccanismi interni che regolano la sua visione della vita. Bisognerà, in altre parole, adottare fortemente il suo punto di vista, senza mai perdere il proprio. L’empatia è quindi fondamentale quando si vuole fare terapia gestaltica.

Noi di SEMI cerchiamo di adottare questo tipo di approccio formativo non solo nei colloqui di counselling gestaltico che mettiamo in atto ma anche nei laboratori che organizziamo, con adulti e soprattutto con ragazzi, per cui è ancora più importante prendere coscienza dei meccanismi da loro messi in essere nella relazione con gli altri.

Barbara

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Caucasici e banane

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La ragazza ha una trentina d’anni e un aspetto decisamente caucasico, come dicono nei telefilm polizieschi. Il mio sguardo da europeo del sud la riconosce subito come familiare, grazie al prezioso dono del pregiudizio: agita le mani con delicatezza e parla un inglese monocorde e preciso, senza strascichi, una manna per me che non lo capisco tanto bene. Ci chiede i nomi e ci descrive il percorso che faremo insieme, mentre scommetto con me stesso che probabilmente è spagnola o francese.

Sono venuto fin qua per diversi motivi, uno dei quali è mettere alla prova il mio pregiudizio, questa specie di misurazione anticipata dell’estraneo, la necessità di adattare l’ignoto a un profilo riconoscibile, a una sagoma decifrabile. Il pregiudizio fa parte della natura umana e non serve essere antropologi per capirlo: le mamme insegnano ai bambini a non accettare caramelle dagli sconosciuti, chiunque essi siano, cioè ad avere un pregiudizio negativo su tutti quelli che non sono “familiari”. Mi pare un’idea sana, di base. Solo che poi tendiamo ad applicarla a tutto, nella speranza di decodificare il mondo con uno schema preconfezionato. Forse l’unica cosa sensata che possiamo fare è mettere alla prova i nostri pregiudizi, misurarli, sconfessarli, insomma riderci un po’ sopra. Come fa la ragazza caucasica quando parla delle banane gialle.

Sì, mi sono dimenticato di raccontare la storia che volevo raccontare. Che poi non è la mia storia, ma la sua. Insomma, la ragazza fa la guida turistica di mestiere e ci porta in giro per tutta la Baščaršija (il centro storico di Sarajevo); mentre ci racconta della biblioteca degli Ebrei Sefarditi distrutta dai Serbi, del caravanserraglio turco, della Moschea più grande d’Europa, viene fuori che non è né francese né spagnola, pensa te, ma bosniaca. Nata proprio a Sarajevo, nel 1988. Come se non bastasse, è anche musulmana. Ho perso la scommessa, ma di brutto.

Quando è scoppiata la guerra aveva quattro anni e ricorda poco, solo le esplosioni e la paura di cui era intrisa l’aria. Dice che per lei bambina la guerra era come un gioco, ma mentre lo dice le mani si fermano e gli occhi si intristiscono un po’. È lì che, per farci sorridere, ci racconta la storia delle banane.
“Durante la guerra arrivavano generi alimentari spesso scaduti o avariati, scatole di carne della Seconda Guerra Mondiale, fagioli destinati alle truppe americane in Vietnam. La frutta era merce rara e quando arrivava, portata attraverso il Tunnel della Salvezza o dai camion delle Nazioni Unite, era già parecchio matura quando non marcita. Le banane, quindi, erano tutte scure. Qualche settimana dopo il cessate-il-fuoco, mia madre portò a casa delle banane… gialle! Ovviamente mi misi a piangere e non le mangiai: chi assaggerebbe mai una banana gialla?” Non mi viene da sorridere, però. La immagino piccolina sotto quel frastuono, tra le macerie e i corpi senza vita delle persone. Si capisce che i segni della guerra rimarranno nell’anima della gente per tanto tempo. “Molti adulti ragionano ancora così: ‘non sparano? Vuol dire che va tutto bene!’ Ma bisogna saper guardare avanti, saper costruire un futuro che non sia solo di mera sopravvivenza”. Ha gli occhi pieni di futuro. Un po’ la invidio, nonostante tutto.

Comunque, ieri al supermercato sotto casa vendevano le banane gialle a quasi 2 euro al chilo e ho chiesto al cassiere che fine fanno quelle scure. Me le indica: “Guarda sono là, sono in sconto al 50%”. Affare fatto.

Igor

Festina lente

FestinaLente

La domenica mattina

Il signor Cesare era molto abitudinario. Ogni domenica si alzava tardi, girellava per la casa in pigiama e alle undici si radeva la barba, lasciando aperta la porta del bagno.
Quello era il momento atteso da Francesco, che aveva solo sei anni, ma mostrava già molta inclinazione per la medicina.
Francesco, infatti, prendeva il pacchetto del cotone idrofilo, la bottiglietta del disinfettante, la busta dei cerotti, entrava in bagno e si sedeva sullo sgabello ad aspettare.
Che c’è? – domandava il signor Cesare, insaponandosi la faccia con la schiuma da barba
Francesco si torceva sul seggiolino, senza rispondere.
Dunque?
Be’ – diceva Francesco – può darsi che tu ti tagli. Allora io farò la medicazione.
Già! – diceva il signor Cesare.
Ma non tagliarti apposta come domenica scorsa – diceva Francesco, severamente, – altrimenti non vale.
Sicuro! – diceva il signor Cesare.
Ma a tagliarsi senza farlo apposta non ci riusciva. Tentava di sbagliare senza volerlo, ma era difficile e quasi impossibile. Faceva di tutto per essere disattento, ma non poteva.
Finalmente, qui o là, il taglietto arrivava e Francesco poteva entrare in azione. Asciugava la goccia di sangue, disinfettava, attaccava il cerotto.
Così ogni domenica il signor Cesare regalava una goccia di sangue a suo figlio e Francesco era sempre più convinto di avere un padre distratto.

Gianni Rodari

 

Il primo post di SEMI esce di domenica, una giornata lenta.

Non vogliamo quindi aggiungere altro. Faremo tante cose assieme – laboratori, incontri, giochi, viaggi, studi – ma oggi vogliamo soltanto goderci e farvi godere la mattina, con un racconto, dandosi il tempo di leggere e di gioire dell’inizio di questa avventura.

Buona lettura e buona domenica, ognuno coi suoi ritmi, ognuno nel suo tempo.

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